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ICONS

dal "lontano est italiano" al "lontano ovest americano"

 

Conoscere un territorio significa averne vissuto i luoghi, averne visitato i monumenti – antichi o meno, non importa – ed averne esplorato la geografia, le colline, le montagne, i corsi d’acqua naturali ed artificiali. Significa averne osservato le pietre, i muri, i prati, le strade ferrate e quelle asfaltate, per non dire di quelle sterrate, ed i sentieri, i guadi, i ponti sui ruscelli. E per conoscere la Storia di quel territorio, occorre averla studiata sui libri, ed avere ascoltato le sue Storie dalla bocca delle sue genti.

Si identifica sovente un territorio con un paesaggio, una veduta, uno scorcio. Lo sguardo che si posa su questo o quell’altro elemento dell’ambiente – sia esso naturale oppure dovuto all’uomo – è esso stesso esplorazione del territorio. Un registrazione continua, che parte dallo sguardo attraverso le tende della camera da letto e continua per tutto il giorno dal finestrino dell’auto, da dietro una vetrina, dal ciglio della strada contemplando la pianura, e verso la cima degli alberi, se distesi su un prato. Sempre, in ogni momento, ogni giorno.

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Il “nuovo paesaggio” corrisponde alla nuova geografia del territorio, quel territorio che si può dire di conoscere solo quando, di esso, siano noti i caratteri della modifica che l’uomo ha operato sul paesaggio. La lingua di questo paesaggio non è quella dei colori del cielo, dell'acqua e della terra, bensì delle forme e degli oggetti (case, auto, strade) che l'uomo ha posizionato sul territorio, a volte creando una rottura con l'elemento naturale, a volte semplicemente per testimoniare la sua presenza, il suo passaggio, il suo essere colonizzatore; in ogni caso, interrompendo il filo che lega l'ambiente al determinato luogo geografico.

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Sono luoghi che parlano il linguaggio del presente, dove la mondializzazione e la perdita di identità geografica stanno per cancellare la memoria dei luoghi della natura e della tradizione, già oggi protetti e mostrati come merce rara. Ma la spersonalizzazione, la ripetitività, l’assenza di identità e di geografia, non rappresentano in quest’ottica elementi negativi, bensì descrittivi del territorio al tempo presente. Le forme iconiche del paesaggio (automobili, simboli, marche, materiali, architetture, segnali stradali) diventano familiari: oggetti comuni che entrano a far parte del proprio vissuto.

 

Conoscere un territorio significa anche confrontarlo con altri territori, per pesare le differenze e scorgere le analogie, quando vi siano. Confrontare il proprio territorio (“lontano est italiano”, secondo una felice definizione) con uno geograficamente lontano come la California, l’Arizona ed il lontano Ovest nordamericano, durante diverse visite, mi ha rinnovato la curiosità della scoperta, dell’esplorazione, della conoscenza.

Là ho visto tutti i film, tutta la polvere, tutta la luce, gli anni di attesa, i luoghi immaginati e vissuti sui libri, sui cataloghi, i sogni ricorrenti dell'Altrove, del mito della Strada. 
Ho visto gli orizzonti liberi e senza ostacoli, quelli sereni, senza limiti, e quelli abbacinanti e luminosi di una luce diversa. I cieli profondi e quelli rarefatti. Il deserto, quello vero, quello dei cespugli e dei serpenti, dove l’uomo sfreccia rapido, in cerca della prossima città, e quello della città stessa, quello creato dall’uomo dove la sabbia è ora cemento, quello che si vorrebbe attraversare rapidi ma che intrappola nel traffico, nell’asfalto, nello sconfinato serpente di cavalli d’acciaio.

E’ in questo West che ho cercato paesaggi diversi da quelli sempre vissuti, diversi in quanto lontani, ma non inattesi, bensì desiderati, evocati, finalmente veri. Paesaggi dell’uomo anche quando lontani dalla megalopoli, poiché ovunque l’uomo è arrivato. Paesaggi e luoghi abitati lontani dalle mille luci, vicini a quegli orizzonti senza confini, dove il sapore della frontiera, della libertà, della celluloide sbiadita, c’è ancora.
Luoghi che raccontano di tempi non molto lontani, eppure già sepolti dalla polvere, già intaccati dal Sole, dove gli oggetti dell’uomo sono silenziosi ma fieri testimoni della colonizzazione. Oggetti che raccontano il presente e che ci parlano di Bellezza anche quando derelitti, quando solitari, quando semplici e quotidiani. Comuni eppure straordinari.

 

Dopo ogni ritorno presso il territorio natìo, ho enumerato le differenze e sentito le diversità, anche se in esse ho trovato subito familiarità, poiché il paesaggio dell’oggi è dappertutto, ed i suoi confini non sono quelli degli uomini. Familiarità con gli oggetti iconici che finalmente si trovavano esattamente ove la mente immaginava, familiarità con il respirare l’aria di un luogo così lontano e così libero dalla pesantezza della memoria e della Storia. Una familiarità inaspettata che mi ha permesso di fermarmi ad ammirare il colore, la luce, e di vedere le forme nude di quel grande Altrove, come se già le conoscessi da sempre, le avessi già toccate, vissute. 

 

Ho così sfiorato una nuova Grande Bellezza, tratteggiata tra le vene d'asfalto del paesaggio, da ascoltare come in una canzone, da vivere proprio come in un libro, in un film, in un sogno lontano migliaia di miglia.

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Giacomo Cattaruzzi

 

 

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